Ho letto un'intervista a Nino Spirlì, pubblicata su Il Giornale. M'è sembrata una lunga, quasi ostinata ricerca della provocazione. Ma non di quella che punge, che apre una crepa, che costringe a pensare. Piuttosto una provocazione stucchevole, ripetitiva, prevedibile. Insomma, più patetica che scandalosa.
Due facce della stessa povertà
Si dice spesso — soprattutto in certi ambienti — che «non si può più dire niente», che siamo prigionieri di un linguaggio sorvegliato, sterilizzato, amputato. È una lamentela ormai rituale, quasi automatica, spesso sintetizzata nel mantra secondo cui «il politicamente corretto ha rotto i coglioni». Eppure, a ben vedere, lo stesso giudizio può essere rivolto al suo contrario speculare: il politicamente scorretto a tutti i costi. Sono entrambe scorciatoie. Sono entrambe posture. Soprattutto in ambedue i casi, si evita il merito delle questioni serie.
Il dibattito sul linguaggio, così come viene condotto oggi, è diventato sterile, autoreferenziale, insignificante: non parla più della realtà, ma solo di sé stesso. Principalmente sembra servire a segnalare appartenenze: da una parte i custodi della purezza lessicale, dall'altra i ribelli del turpiloquio esibito. In mezzo, il vuoto.
Eppure il linguaggio è importante. Ma non per le parole in sé: una persona può essere rozza, poco istruita, priva di raffinatezza espressiva, e tuttavia dire cose sensate, vere, persino profonde. Allo stesso modo, si possono usare parole impeccabili, inclusive, certificate, e nascondere dietro di esse disprezzo, violenza, cinismo.
Il punto non è la parola. Il punto è l'intenzione che la muove. Le parole sono un'eco, ma ciò che davvero percepiamo e che conta è quello che vi sta dietro: l'atteggiamento, il rispetto, o la sua assenza. Le parole che ci risultano sgradevoli non sono tali in sé, ma per ciò che rivelano, per ciò che tradiscono al di là del suono.
Diverso è quando il linguaggio diventa uno strumento di esclusione, di aggressione, di dominio, di astio. E ciò è grave non perché contiene una parolaccia, ma perché tratta l'altro come un oggetto, non come una persona. D'altro canto, le leggi razziali erano scritte in un Italiano ineccepibile, eppure facevano ribrezzo.
Dobbiamo ricordarci di un fatto essenziale: non esiste un diritto di umiliare, di escludere, di emarginare. Il problema reale non è se si possa parlare in un certo modo o meno: il problema è ciò che sta dietro il modo in cui si parla. Di una cosa, oggi, abbiamo un disperato bisogno: farci grazia dell'isteria.
Il politicamente corretto ed il politicamente scorretto restano due estremi che si alimentano a vicenda, due tic ideologici che fanno rumore, disturbano l'attenzione e la distolgono dai temi che davvero contano: il potere, la giustizia, la diseguaglianza, la responsabilità, la libertà.
Chi usa parole violente o sgradevoli non è un «ribelle del linguaggio»: è semplicemente un idiota. E non c'è nulla da rivendicare, né da nobilitare. In questi casi, il problema non è ciò che dice: il problema è che non ha niente da dire.
Forse è tempo di tornare a una cosa molto più semplice e molto più difficile: parlare per dire qualcosa, non per farsi notare. E giudicare le parole non per come suonano, ma per come trattano gli esseri umani.
Articolo originariamente pubblicato su L'Adige - Giornale di Verona