Per superare le diseguaglianze basta ignorare le differenze

04/08/2025 Alberto Lorusso 24 visualizzazioni
Per superare le diseguaglianze basta ignorare le differenze
Una riflessione sulla parità: per superare le diseguaglianze serve ignorare le differenze e puntare tutto sulla persona, il merito e l'empatia.

Con la comunicazione U.0001784.21-03-2025 il Ministero dell'Istruzione, citando esplicite prese di posizione dell'Accademia della Crusca, ha raccomandato alle Scuole «di attenersi alle regole della lingua italiana che consentono l'utilizzo di soluzioni linguistiche comunque conformi alla tradizione ortografica Italiana», rinunciando, quindi, ad asterischi e schwa.

In sintesi, l'Accademia della Crusca, massima autorità in campo linguistico, definisce come non corretto da un punto di vista tecnico l'impiego dei due segni di cui sopra, per cui il Ministero dell'Istruzione (mica un altro: proprio quello dell'Istruzione) che avrebbe dovuto fare, se non invitare a scrivere correttamente? Much ado about nothing, quindi, avrebbe commentato il Bardo.

Del resto, che ha detto la Crusca? Semplicemente che «la lingua giuridica e burocratica non sia sede adatta per sperimentazioni innovative che portano alla disomogeneità e compromettono la lineare comprensione dei testi». E, allora, la polemica che è sorta è sterile.

Trovo sinceramente insensato che sul punto sia sorto un dibattito (più che altro, una tempesta in un bicchier d'acqua. Ed, infatti, chi s'è prestato a discettarne è gente di importanza politica trascurabile. Tipo me, appunto). Il Ministero sta semplicemente invitando le Scuole a parlare e insegnare l'Italiano in modo corretto.

Il punto della discussione, evidentemente, è un altro e si incentra tutto sull'idea della parità, valore fondamentale che tutti coloro che siano evoluti chiaramente intendono perseguire. Rispetto a questo tema, sono possibili due approcci: quello della creazione di categorie e sottocategorie per descrivere le peculiarità di ognuno e quello di ignorare le differenze. In sostanza, in un caso, per cercare di pervenire alla parità, si adottano iniziative come l'uso della parola «Assessora», le quote rosa et similia.

Però quante sono le caratteristiche che possono descrivere una persona? Una, due, dieci, cento, le famose centomila? Di quante categorie potremmo avere bisogno per inquadrare qualcuno? Perché — capiamoci — la quota rosa, per esempio, rende giustizia di chi sia nato in un corpo che ha determinati connotati fisici, ma che si senta appartenente ad altro genere? Intendo dire: abbiamo davvero bisogno di mille mila distinzioni?

Qual è l'obiettivo di tutti? Caspita! Ma è includere! Bene! Sacrosantissimo. Ma, allora, non è più facile, al posto di moltiplicare le distinzioni, ignorare le differenze? Se in un ambiente a maggioranza di persone di etnia caucasica voglio contrastare il razzismo, al posto che imporre la presenza di un tot di persone di colore nei posti di comando, non è più facile puntare ad ignorare le differenze?

Io so che non c'è una sola mia caratteristica che sia in grado di descrivermi totalmente, per cui non mi sentirei a mio agio a venire considerato solo per quella. Non vorrei mai essere destinato ad una posizione in quanto miope o con una vista perfetta, oppure perché allergico ai gatti od alle graminacee, oppure perché gay od etero, oppure perché magro o grasso. Vorrei essere scelto per un ruolo perché capace.

Mi pare che serva una riflessione fondamentale: la società è spesso più evoluta della politica, che giunge sovente più tardi. In tal senso, penso basti guardare i ragazzi di vent'anni: tutti loro sin dall'asilo hanno avuto compagni di Scuola di altre religioni, bambini che, se non nati all'estero, sono figli di genitori stranieri. Queste persone non hanno nemmeno idea di che cosa sia il razzismo. Dovremmo prendere esempio da loro: loro non vedono differenze.

Per superare il problema della disuguaglianza, penso la soluzione sia proprio quella di ignorare le differenze e puntare tutto soltanto all'unica cosa che conta: la persona, che è il valore fondamentale. È con l'educazione al rispetto e alla considerazione solo del merito che si può generare la vera parità.

La demonizzazione delle parole, invece, penso faccia male, generando un livello di isteria che non aiuta.

Non c'è una delle commedie sexy all'Italiana in cui non ci sia un distillato di maschilismo ed in cui l'omosessualità non sia irrisa. Oggi, si girano ancora film del genere, con contenuti simili? No. E perché? Perché ci fanno schifo, non perché sia proibito farlo. Non è, quindi, la legge il rimedio, ma la cultura.

Infatti, c'è un unico approccio possibile: l'empatia. Mi rifiuto di credere che uno qualsiasi dei miei amici di colore possa pensare che io voglia offenderli, se parlo di cotone in loro presenza. Ritengo, anzi, che si sentirebbero a disagio, se, con loro, non fossi naturale, se fossi ossessionato dall'idea di non dover usare certe parole. Perché — in questo caso sì — li starei discriminando.

Se qualcuno è razzista, non lo si guarirà di certo costringendolo a non esserlo: questo è impossibile! E crederlo è da stolti. Bisogna puntare sulla cultura, educare, perché è così che si potrà permettere a chi sbaglia di comprendere il proprio errore. Serve semplicemente del sano buon senso e serve avere rispetto per l'identità di ognuno.

Evitiamo di creare un clima di tensione, di isteria, che genera ansia. Pensiamo, invece, in positivo: abituiamoci ad identificarci nell'altro, come invitava a fare apertamente il mio amatissimo Camilleri in uno dei suoi ultimi scritti. Se una persona gradisce che le parliamo al maschile o femminile, assecondiamo questa sua richiesta. Se abbiamo un dubbio, con molto garbo, chiediamo: «Come preferisci che mi rivolga a te?».

Basta con le divisioni: superiamole. Ma non a colpi di carte da bollo, bensì con l'educazione, cioè con la comprensione per l'altro, col divieto — questo sì per legge — di discriminare. Possiamo farcela. I nostri giovani sono già arrivati a quel traguardo che a molti anziani sembra un luogo lontanissimo. Invece è già qui. Facciamo un respiro profondo e diciamoci apertamente che siamo preziosi, tutti quanti. Che non c'è alcuna differenza tra gli esseri umani. Che conta solo il merito. Per il resto, autentico rispetto per ognuno. Ciao a tutti!

*Presidente di Verona Riparte


Articolo originariamente pubblicato su L'Adige - Giornale di Verona

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